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La panchina di Senna

La panchina di Senna
Storie

«Avevo sedici anni e Senna era già il mio grande idolo. Era il 1988 ed entrambi avevamo appena vinto il mondiale, lui in Formula Uno e io in kart, ma, incredibilmente, quando ci trovammo faccia a faccia fu lui a congratularsi con me. "Complimenti - mi disse - perchè tu nei kart hai vinto tutto quello che avrei voluto vincere io". Indimenticabile… - racconta Jarno -. Ci sono cose che uno si porta dentro: io mi chiamo così perché il mio babbo era tifoso di Saarinen e disse alla mamma che il mio nome, in finlandese, era lo stesso che Giovanni, in italiano. Io non ho chiamato mio figlio Ayrton, ma ho la fortuna di potermi sedere, nella mia casa di Francavilla, sulla panchina sulla quale sedeva anche lui ad ammirare il mare quando veniva in Italia. Sì, perché quando la comprai da Gino Pilota, un personaggio famoso all' inizio degli anni Novanta nel Circus della F1 e suo grande amico, l' unica cosa che gli chiesi di lasciarmi fu questa panchina: quando veniva a trovarlo, Ayrton si sedeva lì, con la sua Bibbia in mano ad ammirare il paesaggio e a pregare per quattro o cinque ore al giorno. E l' ho lasciata dov' era... Schumi può essere l'uomo dei record, Senna è il calore: quando morì, mi telefonò mio zio era lì, sul circuito, a quaranta metri da quella curva. Avevo appena finito una gara e mi misi a piangere come un bambino: se n’era andato un fratello maggiore."
nella foto, da sinistra: Jarno Trulli, Max Orsini, Ayrton Senna e Alessandro Manetti

Testo dalla pagina "Ayrton Senna il mio nome è leggenda"


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