Corberi Follia: i celebri precedenti nello sport e perché a smenarci è solo il Karting

- Gare
Che la cosiddetta trance agonistica possa far agire follemente un atleta in gara (o subito dopo) è un fatto universalmente riconosciuto: oltre una certa soglia però è normale che il gesto attiri l’attenzione del mondo intero e che finisca per essere giudicato anche dai non addetti ai lavori.

Aggiungeteci che in epoca social la questione godrà di ampia risonanza da subito, visto l’enorme potere mediatico dei video che chiunque può ormai girare da qualunque angolazione e rendere virali in pochi secondi. In questo scenario gli episodi che hanno visto protagonisti Corberi Jr e Corberi Sr durante e dopo la gara del Mondiale KZ rischiano di avere un grosso peso sul Karting e sulla sua reputazione a livello mondiale, più che sui personaggi in sé e cerchiamo di capire perché. Vediamo come anche in sport molto diversi tra loro i 5 minuti di follia siano costati cari ai protagonisti, ma come in quei casi il fatto sia rimasto legato all’atleta più che alla specifica disciplina: l’episodio più recente – che in molti ricorderanno – è quello di Romano Fenati che, nell’ambito della bagarre con Manzi, durante il GP di San Marino del 2018 della Moto2 "pinza" volontariamente ed in pieno rettilineo il freno anteriore del connazionale rischiando di farlo cadere ad oltre 200 km/h. Manzi non cade, fortunatamente, ma la faccenda è un colpo quasi mortale per la carriera del talentuoso pilota di Ascoli: il Team lo licenza praticamente in diretta e la Federazione Internazionale lo squalifica per due gare – pena ragionevole da un punto di vista prettamete sportivo – ma il grosso danno è all’immagine del ragazzo: contratto per la stagione a seguire con MV (dove ironia della sorte sarebbe stato compagno dello stesso Manzi) stracciato unilateralmente dal team seduta stante e pesanti ripercussioni che lo porteranno ad annunciare che il suo futuro sarà dietro al bancone del negozio di ferramenta della famiglia e non sulle piste del Mondiale. Fenati tornerà a guidare una moto nel Mondiale molto tempo dopo, e la condanna unanime, forse eccessiva perché siamo già in epoca social, tocca solo ed esclusivamente l’atleta.



Torniamo un po’ più indietro, adesso. Andiamo all’Olympiastadion di Berlino, è il 9 Luglio del 2006. A seguito di ripetute provocazioni verbali, nel clima di grande tensione di una finale di Campionato del Mondo di calcio, il pallone d’oro Zinedine Zidane si rende protagonista di un gesto che segnerà la storia del calcio mondiale: il fuoriclasse colpisce con una testata il difensore italiano Materazzi, che stramazza al suolo tra le urla e i gestacci del miliardo buono di spettatori incollati davanti alle televisioni di tutto il mondo. La rocambolesca vittoria dell’Italia ai rigori ridimensionerà quell’episodio e Zidane se la caverà con tre giornate di squalifica inflittegli dalla FIFA oltre ad una multa di qualche migliaio di Euro. Il pallone d’oro non subirà gogna social perché (fortuna sua) era ancora un altro mondo, quello, ma la macchia in quella carriera rimase. Sull’uomo, anche in questo caso, non sul calcio. Non sulla FIFA, che con i suoi uomini in campo (fu il quarto uomo ad informare l’arbitro) e nelle stanze giudiziare, comunque si pronunciò a strettissimo giro.



Ma corriamo ancora un po’ con la memoria, fino a rivangare un fatto che per chi ha più di 40 anni è ancora vivido nei ricordi: l’indimenticabile episodio, avvenuto durante un match della Premier League nel 1995, riguarda il celeberrimo Eric Cantona, punta di diamante del Manchester UTD che, noto per il suo carattere “vivace”, risponde alla provocazione di un tifoso che lo insulta mentre rientra negli spogliatoi colpendolo con una mossa di kung fu che fu riportata dalla stampa di tutto il mondo. Qualche conseguenza il focoso francese dovette pagarla (fra cui una vera e propria condanna a lavori socialmente utili) ma tutto tornò alla normalità. L’episodio – chi può dirlo – ebbe anche una parte nel fare di Cantona una specie di icona, rendendolo celebre anche nel seguito della sua carriera sportiva, come storico testimonial Nike prima, come attore nel cinema poi. Oltre al danno, come si suol dire, i benefici di immagine derivanti.


Le storie di questo tipo nello sport vero non mancano. 28 giugno 1997: a Las Vegas Mike Tyson ed Evander Holyfield si giocano il titolo dei massimi. Nel corso del terzo round l’arbitro è costretto ad interrompere il match per i ripetuti tentativi di Tyson di mordere l’orecchio dell’avversario. Una multa salata e una lunga squalifica non impedirono – sebbene ormai la carriera del pugile fosse già in declino, non solo per motivi sportivi – a Tyson di ripresentarsi sul ring. Nigel Mansell su Ferrari che nel Gran Premio del Portogallo del 1989 ignora una bandiera nera e sperona in piena velocità nientemeno che Ayrton Senna, facendolo pericolosamente carambolare fuori pista. O Fausto Gresini che si becca il pugno in testa dell’esasperato Spaan – impossibilitato a vincere il mondiale 125 che la compatta pattuglia Italiana cercava di far invece vincere ad un giovanissimo Capirossi. O ancora, negli anni recenti, i fattacci tra Rossi e Marquez. Il punto è che in tutti questi casi a rovinarsi la reputazione o comunque a prendersi il fango in testa (shitstorm) è stato il singolo atleta, senza che l’intera disciplina, il circus che ci ruota attorno o le stesse aziende che ci investono soldi e passione ci rimettesse così tanto in immagine.



Perché questa è l’amarezza che questo episodio ci lascia: un video virale che fa il giro del mondo ridicolizzando una disciplina intera, il Karting e la sua comunità di professionisti, con un omuncolo nascosto dal casco che scaglia un paraurti sui kart che sfrecciano nell’indifferenza generale dei commissari, senza che nessuno impedisca che al parco chiuso, pochi minuti dopo, finisca tutto in una scazzottata degna dei peggiori saloon del Garda. Senza che il nome del personaggio in questione dica qualcosa a qualcuno, perché di nessuno si tratta. In molti dei commenti che hanno inondato i social il Corberi è stato genericamente classificato come “kid”, quasi che il karting fosse quello sport di macchinine sulle quali corrono i bambini, quando il ragazzo ha 23 anni e probabilmente – anzi certamente – non sarà mai un pilota professionista pur essendo, di fatto, un adulto. Pur essendo, la KZ, una classe con piloti mediamente adulti e professionisti, questo sì, in uno sport dove il grosso delle categorie è Senior. Questa è la promozione che la FIA ha garantito a questo sport in questi anni e questa è la fine che abbiamo fatto tutti, esposti al pubblico ludibrio da un Corberi qualunque.

Lennie Small
 
Foto Copertina: Fotocar13


 

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