Cronometro e teoria - Timekeeping and theories/4

- Vroom Academy
Vediamo come analizzare i dati raccolti con il nostro sistema di acquisizione, cominciando a considerare un parametro spesso mistificato: il miglior giro ideale

Testo di Maurizio Voltini

Nelle precedenti puntate di questa rubrica abbiamo visto come "confezionare" un sistema di acquisizione dati proporzionato alle nostre esigenze e come accoppiare questo a un computer in modo da scaricare i dati che il sistema ha raccolto durante i nostri giri in pista. A questo punto, ovviamente, qualsiasi kartista si chiederebbe: ok, ma cosa ci faccio con questi dati? Come faccio a "leggerli" compiutamente in modo da capirci qualcosa e soprattutto da far sì che questa analisi possa permettermi di migliorare le mie prestazioni in pista? È proprio di questo argomento che inizieremo ad occuparci con questa puntata di Vroom Academy.

IL GIRO SENZA ERRORI 
Uno dei dati più interessanti forniti dal software di acquisizione dati che utilizziamo (vale per tutti i sistemi) è certamente quello del cosiddetto "miglior giro ideale". Si tratta di un tempo sul giro calcolato automaticamente dal software sommando tra loro i migliori intertempi assoluti fatti segnare nel corso di un run, indipendentemente dal giro in cui sono stati ottenuti. È sicuramente un buon parametro di riferimento, perché ci fa capire la nostra (mancanza di) consistenza nella guida. Infatti è facilissimo che, soprattutto nelle nostre prime esperienze in kart, non riusciamo a realizzare un cosiddetto "giro pulito" perché, una volta su una curva e una volta su un'altra, ci capita di compiere ancora degli errori. Oppure succede di trovare altri in pista che non ci permettono di fare la traiettoria migliore o di staccare nel momento preferito proprio durante il nostro giro lanciato "giusto".
Il tempo ideale è dunque quello che teoricamente (e sottolineiamo "teoricamente") saremmo stati in grado di ottenere se non avessimo fatto errori o non avessimo subito "fastidi" in pista. Paragonare il nostro "best time" reale (quello registrato dallo strumento da traguardo a traguardo) con il "tempo ideale", ci permette così in fase di analisi di valutare la nostra capacità (o comunque quella del pilota che stiamo considerando) di effettuare la miglior prestazione velocistica nel giro singolo, riuscendo (o no) a far coincidere i migliori parziali ottenuti nei diversi settori del circuito. È giusto il caso di ricordare che, normalmente, un pilota professionista riesce a ottenere un miglior tempo reale molto vicino a quello ideale, se non coincidente.


FORSE TROPPO IDEALE
Attenzione però a non sopravvalutare questo parametro. Soprattutto a chi è agli inizi, può capitare di pensare che il tempo ideale sia la nostra effettiva velocità qualora non avessimo commesso errori o sbavature, ma non è sempre così e soprattutto non lo è proprio quando stiamo ancora "imparando" una pista. Infatti non è detto che due intertempi siano effettivamente ottenibili consecutivamente. Il caso tipico è quello di una curva seguita da un rettilineo che presenta uno dei traguardi intermedi. Può succedere che in un giro entriamo "alla morte" in questa curva, con un'elevata velocità di percorrenza, sacrificando però la velocità d'uscita; e magari in quello successivo, proprio perché abbiamo "preso le misure" su quello precedente, affrontiamo la curva con maggior compostezza, riuscendo ad affrontare il rettilineo accelerando molto prima e quindi con una velocità sensibilmente superiore fino alla successiva staccata. In questo caso avremo fatto segnare due ottimi intertempi, che però non sarebbe stato possibile ottenere realmente nel corso dello stesso giro. Per cui sommarli come avviene nel caso del "giro ideale" è in realtà fuorviante.
 
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