Il coaching secondo me: Lorenzo Travisanutto

- Intervista
Un giovanissimo Coach e pilota ancora in attività ci spiega la sua visione del Coaching in pista, mentre i giovani al suo fianco crescono non solo nei risultati.

A CHE SERVE UN COACH
«Per me il ruolo del coach è quello di sviluppare un pilota professionista, io ci tengo non solo a migliorare le capacità e tecniche di guida di un pilota ma anche il suo modo di approcciare lo sport ed essere un professionista sotto ogni aspetto, pronto per quello che il futuro da atleta gli porterà.»

NON BASTA IL MECCANICO
«Un meccanico, in certi casi, se con occhio esperto e possibilmente un passato da buon pilota, può anch’esso fornire informazioni utili e consigli dall’esterno al pilota sia in pista che fuori. Ciò nonostante è chiaro che il meccanico ha tanto lavoro da fare sul mezzo e quindi non ha sicuramente tutto il tempo di rivedere il video delle singole sessioni, analizzare la telemetria dei singoli giri, portare il pilota a vedere in pista le cose da migliorare e tanto altro come invece può fare chi adempie specificamente al ruolo di Coach. Nel caso di un pilota (o ex-pilota) molto esperto conoscendo bene tutte le piste in cui si corre, è possibile trasmettere al pilota il feeling stesso sul giro per comprendere al meglio cosa migliorare.»

I PAPA’
«La questione dei papà è delicata soprattutto per via del rapporto fra i due: vedo soprattutto nell’età adolescenziale il classico conflitto dettato dal desiderio di mostrare la propria personalità e indipendenza dei figli e molto spesso non si riesce ad avere una discussione costruttiva, mentre per noi ed io soprattutto avendo un’età vicina alla loro riesco ad approcciarmi in maniera più diretta e senza quel genere di competizione che si crea con certi genitori. Viene così più molto facile essere “solo il padre” e non doversi scontrare, sebbene a volte sia normale. Credo in ogni caso che il padre abbia diritto di sapere cosa succede sotto la tenda trattandosi comunque di un cliente a tutti gli effetti, anche se dall’altra parte ci sono situazioni non facili in cui il genitore si mostra iperprotettivo o troppo coinvolto. A quel punto diventa difficile lavorare e avere un rapporto diretto con il pilota: qui il lavoro si complica per noi coach. Trovo comunque giusto che i papà abbiano comunque un quadro generale e il loro tempo a disposizione con i propri figli anche sotto la tenda, dall’altra parte se ci si affida ad un team è giusto fidarsi di essi nel lavoro che svolgono. »

IL MIO COACH
«Il mio coach è stato mio padre e i primi meccanici del mio passato che ringrazio tanto per ciò che hanno fatto per me, se sono arrivato qua vuol dire che qualcosa di buono mi hanno insegnato! Per buona parte sono stato autodidatta, ho studiato tanto dal punto di vista teorico per avere una visione più completa, credo che il vero sviluppo a livello professionale lo abbia avuto circa a 15/16 anni quando ho avuto la possibilità di entrare in squadre ufficiali e imparare molto di più del semplice guidare bene. Sicuramente avessi avuto altri mezzi a disposizione sarei arrivato molto prima a certi risultati, ma sono comunque orgoglioso di ciò che ho fatto con mio padre come meccanico e da privati. »

COS’ALTRO SERVE
«Sorvolando gli aspetti tecnici e sportivi, credo ci voglia una persona educata e professionista che possa trasmettere valori importanti ai ragazzi. Loro ci vedono come punto di riferimento ed è importante trasmettergli valori sani ed educativi, anche questi fanno la differenza nella loro crescita e sviluppo, oltre che come piloti, anche come persone.»

Photocredits: Mario Perrucca

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