Quincy GP: una gara unica al mondo

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C’è una città che una volta l’anno si ferma per una gara di Karting. E’ Quincy, nel cuore degli Stati Uniti, dove da circa 50 anni si corre una incredibile gara di kart all’interno di un parco cittadino che attira un pubblico, nel weekend di gara, di circa 20.000 persone.(fm)

Ci sono tutti gli elementi perché la storia sembri una leggenda, ma poi arrivi in circuito, e incredibilmente quello che avevi letto in giro su questa gara è tutto vero, nessuna esagerazione da parte chi lo aveva raccontato. C’è la collina, giusto di fronte all’ingresso del parco, dove riposa il fondatore del GP di Quincy, ci sono gli alberi a lato del velocissimo tracciato, ci sono le 20.000 persone che nell’arco dei due giorni di gara, vedi arrivare composte in lunghe file di famigliole con tanto di passeggini e borse frigo cariche di birra.

Il circuito è chiaramente un cittadino, e sorge all’interno del South Park di Quincy, una cittadina in Illinois al confine tra Missouri e Iowa. Quincy ha circa 40.000 abitanti e costituisce, nell’ampia zona rurale di cui è parte, l’unica città di una certa rilevanza per la presenza di servizi e strutture, non lontano da qui c’è anche una vera pista di kart – giusto aldilà del Missisippi. La conformazione del tracciato è totalmente immersa nel parco e condizionata, appunto, dalla conformazione delle ‘stradine’ del parco e dai sui numerosi saliscendi: ciò che ne viene fuori è un ibrido tra il circuito di Montecarlo e l’isola di Man e per capire quanto folle possa essere correrci, devi appunto correrci una volta nella vita.
Abbiamo preso parte alla gara nell’unica categoria potenzialmente adatta a degli esordienti qui (anche se esiste una categoria riservata a chi volesse semplicemente guidare un kart senza gareggiare, la cosìddetta “novice”) ovvero la Margay Ignite Sr, dove si gareggia tutti con telaio Margay e motore LO206 Briggs & Stratton, un motore che qui è l’essenza stessa del karting di base, quello che porta in pista migliaia di persone comuni ogni settimana in uno scenario sportivo molto diverso da quello a cui siamo abituati in Europa.

Torniamo al tracciato: non c’è spazio per pensare a nulla che non siano i marciapiedi e i muretti a secco che costeggiano l’intero percorso, non c’è margine di errore e soprattutto c’è pochissimo tempo per imparare: la formula è volutamente pensata per fare emergere veramente “i migliori” e, inevitabilmente, premiare l’esperienza: un turno di libere (8 minuti, considerando che 1 giro si completa in circa 1.20 sec), la qualifica (6 minuti), due gare: una al sabato e una la domenica – ovviamente precedute dall’immancabile inno nazionale.
Si guida a tavoletta per circa l’80% della pista e come ciliegina, al termine del tratto più veloce, pochi metri dopo la linea del traguardo c’è un vero e proprio “salto” dove i kart per qualche secondo si staccano completamente dal suolo e, volando letteralmente ti portano alla prima impegnativa S destra sinistra che ti porta nel vivo del parco, dove l’ombra costante degli alberi conferisce al percorso dei tratti indimenticabili e spaventosi allo stesso tempo. In questo tratto è pieno di pubblico, a destra e sinistra: spaparanzati sulle verdi colline del parco e con la loro birra in mano si godono uno spettacolo unico, ma non c’è tempo per pensare alle tribune vuote del Mondiale FIA e il circuito richiama la tua attenzione: il kilometro e mezzo sembra non finire mai e memorizzare le curve non è semplice come su un normale tracciato, sarà, ma a me ogni giro sembra una pista diversa.
Il kart, molto instabile quasi dappertutto a causa della conformazione “a gobba d’asino” delle stradine del parco, varia il tuo assetto in continuazione in quanto praticamente ad ogni curva, quando allarghi, ti cambia il camber. La cosa più saggia da fare, seguendo il consiglio dei piloti più esperti qui, è quella di tenere una traiettoria mai troppo larga in entrata dei lunghi curvoni e ah, dimenticavo: le gomme dei kart sono volutamente – a rendere popolare la categoria sopra ogni sospetto – durissime (80 sh, praticamente delle gomme rental) e l’aderenza è pochissima: considerate che qui con un treno di queste gomme si fa un’intera stagione, in pista.

Al termine dei due giorni di gara sarò 21esimo su 33 partecipanti, considerando che per gli esordienti si tratta sostanzialmente di una gara di sopravvivenza dove l’obiettivo primario è arrivare incolumi alla bandiera a scacchi e che non ho mai visto, in un solo weekend di gara, tanti telai rientrare al parco chiuso piegati in due, con le carene a pezzi e il volante staccato, pronti per il rottamaio.

Sono molti i fattori che colpiscono l’utente europeo del karting, ovviamente. Uno è sicuramente come l’organizzazione di eventi del genere non sia più parte del nostro repertorio (per molti motivi che qui non possiamo approfondire) e che si fa presto a definirla un’americanata, se non si tiene conto che è tutto organizzato in maniera tremendamente seria: anche qui il problema sono le assicurazioni e anche qui l'organizzatore Jeff Scott ha dovuto lavorare duramente, per oltre quattro mesi, per riuscire ad assicurare l'evento. Per il resto, però, si tratta essenzialmente del rapporto che abbiamo con le regole e di che cosa pensiamo del nostro sport: se da un lato sembra una ‘follia’ quella di non prevedere una capienza massima della pista (se ad una categoria si fossero iscritti 60 piloti, avremmo visto partire 60 piloti in quella gara) o ancora, la libertà totale dell’abbigliamento da gara rispetto alle omologhe, lasciata alla coscienza del pilota o, ciliegina sulla torta, la possibilità di partecipare senza licenza (avete letto bene, senza licenza), trattandosi di un evento al di fuori di ogni Federazione, dall’altro c’è un grande livello di consapevolezza e rispetto per lo sport e le sue possibili conseguenze.
Abbiamo detto ‘una cosa seria’, sì, seria in che senso: perché in tanti anni – sia da pilota gentleman che da addetto ai lavori nel karting professionistico – non ho visto un briefing così lungo, specifico, partecipato e con il totale coinvolgimento dei piloti come qui a Quincy. Domande e proposte, osservazioni puntuali e aperture del direttore di gara alle idee più valide senza nessuno che guardasse il telefono sbuffando. Il professionismo è un’altra cosa e avete ragione, certo, ma se c’è qualcosa che questa tipologia di competizioni può ispirare è che le radici del karting sono quelle di uno sport popolare, autentico, imperfetto ma anche creativo, rozzo ma nobile. Caratteristiche che in buona parte sono state messe da parte nell’ultra-professionismo dei nostri giorni.

Un’ultima cosa, che ritengo degna di assoluto rilievo: in due giorni di gara non ho visto una, dico una discussione animata, una rissa, una minaccia, non ho visto gente arrabbiata, nemmeno dopo gli incidenti più assurdi e, non ho visto bambini sui kart perché in questo tipo di gare non esiste la Minikart. Bambini ne ho visti a migliaia ma senza la tuta, coi loro genitori al parco divertirsi guardando le gare, mentre chiedevano ai piloti di regalargli un adesivo: può essere che alcuni di loro, da grandi, decideranno di comprarsi un go-kart con il loro primo stipendio.

 

Created by: fmarangon2 - 10/06/24

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