Kartin’ USA: le molte facce del kart negli Stati Uniti

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Gli USA costituiscono un realtà kartistica molto più frammentata di quanto potrebbe apparire guardando là dall’Europa, con i nostri parametri. Vista più da vicino, quella kartistica americana è una vasta galassia all’interno della quale ruotano diversi sistemi indipendenti, scopriamo quali.(fm)

Qui amano dire che “Karting can be a foundation but also a destination”, che tradotto significa grossomodo che il karting può essere allo stesso tempo sia un punto di partenza che una destinazione. Un punto di partenza inteso per chi vuole iniziare una carriera come pilota, o uno sport da praticare nei fine settimana per chi ama le corse nella loro forma più semplice. L’aspetto notevole è che a detta degli stessi operatori del settore qui il karting è al 99% una destinazione, uno sport indipendente dalla filiera del professionismo automobilistico e questo, inevitabilmente, ne traccia un profilo completamente diverso rispetto a quello che conosciamo in Europa, ma soprattutto in Italia.

Le gare più simili alle nostre, organizzate da promoter privati
I promoter più importanti sono tre: SKUSA (con sede in California), USPKS e STARS, entrambe queste ultime con base operativa nel Mid West e che nel loro calendario si spingono un po’ più a sud, in Texas e North Carolina. Già, per capire bene il karting Americano va capita la geografia del paese, prima di dire genericamente ‘gli americani’, perché questo è un posto grande come tutta l’Europa e quindi è chiaro che il modo in cui qualcosa si sviluppa – in questo caso il kart – tiene conto del background del posto e della sua storia passata oltre che delle caratteristiche e del clima del territorio.

La California e il Mid West sono i luoghi storici del kart, dove tutto ebbe inizio per intenderci negli anni ‘50 e ‘60 del ventesimo secolo. Si tratta quindi anche di quegli Stati dove c’è la memoria storica dello sport più che altrove, con impianti leggendari e dove il karting è per molti una tradizione di famiglia: non è raro vedere nonni, padri e nipoti sulla stessa pista a girare insieme nei numerosi eventi competitivi e non.
Torniamo alle competizioni: parlando di promoter privati va sottolineato che qui il ‘potere’ di un corpo direttivo federale (l’equivalente delle nostre Federazioni Nazionali) non è centrale ma anzi, piuttosto marginale se non inesistente nel suo insieme, così che diversi promoter hanno potuto sviluppare una propria piattaforma racing. Tra questi SKUSA (quelli del Supernats di Las Vegas, che molti di voi conosceranno), nata a metà degli anni ‘90 con base in California, è quella che organizza i più grandi eventi anche al di fuori della regione: è strettamente legata a Iame e quindi si corre perlopiù a livello monomarca su telai omologati CIK FIA: una delle classi di maggiore successo è la KA100 (a scapito della X30) dove svariate categorie divise per età e peso si sfidano utilizzando i vecchi motori 100 rivitalizzati da un efficace rebranding.
SKUSA – fatti i dovuti distinguo, è forse quella che ricorda più il nostro WSK ovvero una serie con un’elevata presenza di team, un livello di preparazione medio alto e di conseguenza costi importanti, non proprio per tutte le tasche. USPKS (United States Pro Kart Series) e STARS, nate più recentemente – dopo il 2015 - possono vantare una struttura e organizzazione grossomodo simile a SKUSA con la differenza che le gare sono organizzate in altre zone: anche qui si tratta sostanzialmente di categorie base Iame con la novità che STARS è l’unica serie dove in USA si può gareggiare con gli OK-N, che attualmente vedono una media di 20 piloti per OK-N e 15 per la OK-N J.
L’assenza di un vero organo di governo federale ha favorito la diffusione dei monomarca come motorizzazione nelle varie serie anche e soprattutto perché la cosa meno gradita qui negli USA è l’omologa CIK FIA triennale, ritenuto un vero e proprio nemico sia della semplicità delle regole che del contenimento dei costi, e come dargli torto, oggettivamente. In questo scenario, quindi, anche Rotax e Rok stanno facendo bene il loro lavoro, soprattutto Rotax che sta iniziando a raccogliere un buon seguito e a fare dei bei numeri grazie anche alla prospettiva dei piloti di poter guadagnare il ticket per le RMCGF che permettono ai piloti di partecipare ad una competizione al di fuori degli USA, che qui può essere considerata l’opportunità della vita. Nel caso di questi monomarca, in più occasioni i round vengono accorpati in un unico weekend così da ridurre il numero delle trasferte. Se vogliamo dare un’orientamento geografico alla distribuzione di questi trofei, Rotax è più presente nel Mid West e in Florida, mentre Rok sul versante California 
                                 
                    
Il vero movimento, che a noi manca: “the grassroots”
Venendo al grosso del movimento kartistico, quello dei weekend con 400 piloti iscritti e un range di età che va dai 14 ai 70 anni (e oltre) bisogna sconfinare nel mondo dei 4 tempi ovvero quelle categorie che nell’ultimo decennio, grazie al motore LO206 di Briggs & Stratton, a detta di molti ‘il motore che ha salvato il karting in America’.
Qui non c’è limite alla fantasia, perché aldilà delle serie “ufficiali” (come per esempio la serie IGNITE, simile al nostro Campionato organizzato da Crg) o quelle dove si corre con un LO206 e telaio omologato CIK FIA (anche scadute ovviamente) configurati come normali kart per gare sprint, c’è un’infinità di impieghi amatoriali o semi amatoriali nei quali questi motori sono utilizzati, non ultimo quello dei kart ‘laydown’ ovvero dove si guida da sdraiati e si gareggia anche negli ovali della Formula Indy.

I numeri del 4 tempi in USA sono impressionanti ma soprattutto si deve riconoscere a questa formula l’aver portato tanti nuovi praticanti sulle piste. Se c’è una grossa differenza tra l’Europa (soprattutto l’Italia) e gli USA è nella volontà di preservare un movimento di piloti ‘popolare’, che tenga in vita le piste, tutte, non solo quelle dove si corrono il WSK e le gare FIA, i piccoli negozi, tutto l’indotto che il karting è in grado di generare ma che nel nostro continente e va detto di nuovo, specialmente in Italia, è molto sbilanciato verso una forma di kart professionistico che ha cancellato la popolarità del karting presso le persone comuni, quello che tutti potrebbero permettersi, se sapessero che esiste. Passando ai promoter di queste categorie, il più attivo è sicuramente Cup Karts North America (meglio noto come CKNA) che organizza una serie molto estesa sul territorio, spingendosi anche oltre il confine del Canada, nelle cui gare si usano solo ed esclusivamente motori a 4 tempi Brigg & Stratton e pneumatici Vega medio duri per garantire la possibilità di usare le gomme per più eventi. La serie ha visto anch’essa la luce negli stati del Mid-West per soddisfare la vasta domanda di gare “per famiglie comuni”, avvicinabili come costo – con un motore LO206 ci corri per la vita, senza pensieri – e con una organizzazione burocraticamente snella. Negli anni, la geografia di CKNA si è allargata a quasi tutta la nazione, con delle divisioni specifiche nel Nord Est e nel Sud degli USA, dando ai piloti che volessero viaggiare e quindi vivere l’esperienza racing in maniera ancora più completa, l’occasione per farlo.

In queste categorie che qui facciamo fatica a concepire – e allora teniamoci il kart come nicchia per milionari – la filosofia prevalente è quella del vivere un’esperienza sportiva a prescindere: il kart in sé, il mezzo, diventa lo strumento con cui farlo ma nello stesso tempo non vi è da parte della stragrande maggioranza l’ossessione per “essere il migliore” e quindi si vedono al via kart anche molto datati, omologhe scadute e al volante piloti anche in là con gli anni (la classe per gli Over 50 è denominata Legends e tira un sacco) o non proprio in ‘formissima’, il tutto nella più totale normalità. Dispiace, infine, deludere tutti quelli convinti che negli USA i motori Briggs & Stratton vengano manomessi come se non ci fosse un domani: non ci sono team che fanno tuning del motore, i commissari tecnici sono molto preparati (perché qui quel motore è popolarissimo) ma è proprio la mentalità dei partecipanti che è differente: un motore truccato per andare più forte degli altri sul dritto in maniera disonesta non interessa a nessuno o meglio, la scala delle priorità nel karting di base è meno incentrata sulla vittoria e più sull’evento.
Nell’ambito degli amatori, infine, si colloca anche la cospicua fetta di piloti che porta in pista i già citati kart ‘laydown’ – una tipicità USA – ovvero dei mezzi speciali, con struttura, assetto e soprattutto posizione di guida, come indicato dal nome stesso della disciplina, diversi da un comune gokart. Questi mezzi, vista la loro conformazione, sono in grado di superare senza problemi le 100 mph (160 km/h n.d.r.) e si vedono girare soprattutto negli autodromi, in un ambito agonistico che abbraccia molte altre categorie di stampo “open” e che viene denominato Road Race – dove WKA (World Karting Association) si occupa dell’organizzazione. Tra i circuiti dove si gareggia, autodromi della tradizione americana come Mid Ohio e Daytona.
                      

Poche regole ma stabili: più piloti
Tirando le somme sullo scenario americano del karting, quindi, dobbiamo riconoscerne la maggiore capacità di lasciare che il movimento sia libero di svilupparsi dal basso, soprattutto attraverso regolamenti molto molto liberi – qualcosa che qui non possiamo nemmeno immaginare. Quando i numeri crescono, secondo questa filosofia, c’è sempre il modo di introdurre qualche regola qui e là, un processo che pare funzionare, se paragonato a quelli in cui invece si battezzano categorie e regolamenti (federali e di marca) prima ancora che i piloti acquistino il mezzo, per poi accorgersi che ci si era dimenticati di qualcosa. Una simile visione, infine, permette che molti piloti/famiglie acquistino un mezzo per correrci per molti anni e che il kart “di proprietà” sia ancora la scelta più diffusa presso il movimento di base nell’interesse di negozi di ricambi, piste ed operatori tutti del settore, quando in altre parti del mondo la formula dell’affidarsi ad un team pare l’unica opzione, che come sappiamo scoraggia molte persone ‘comuni’ dal rivolgersi al karting quando cercano uno sport salutare e divertente da praticare per sé stessi o per i propri ragazzi.

Created by: fmarangon2 - 27/06/24

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