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Serie Netflix su Ayrton Senna. Missione: impossibile!

Sapevamo tutti che sarebbe stato impossibile realizzare una serie televisiva su Ayrton Senna. E i nostri timori si sono rivelati fondati… (Pierluigi Mancini)
Edgar Allan Poe, una delle menti più brillanti del diciannovesimo secolo, scrisse una cosa che è finita col diventare il mio mantra: credi alla metà di quello che vedi e a niente di quello che senti. Una visione triste e disillusa della vita, ma che protegge dalla menzogna e dalla mistificazione per condurre alla ricerca della verità, che dovrebbe alla fine essere quel faro illuminante da perseguire nel corso della nostra esistenza.
Oggi esistono due verità: quella che tutti dovremmo perseguire e quella delle serie televisive. Noi appassionati attendevamo con ansia la serie Netflix su Senna, ma io già sapevo che per me sarebbe stata una delusione, come il 99% delle produzioni cinematografiche legate al mondo delle corse. Ho iniziato a correre in kart quando Da Silva era una leggenda, era il marziano in visita sulla terra e tutto quello che lo riguardava aveva quell’alone di mistico che solo uno come lui poteva infondere. Diciamo che il regista, la produzione e l’attore protagonista non hanno colto l’essenza di Ayrton: la sua ossessione per la vittoria. L’ossessione, in tutto, porta alla rovina e così è stato anche per lui.

Criticare il protagonista per non aver imparato da Christian Bale che, per “l’uomo senza sonno” perse 15 kg per interpretare un folle ruolo, sarebbe ingiusto: non tutti nascono per fare gli attori.
Criticare la produzione per aver investito più sulla colonna sonora che per spostare la troupe su qualche pista più credibile di quanto non fosse quella utilizzata per tutte le riprese di Formula Ford e Formula 3, chiaramente sudamericana e non inglese, sarebbe come sparare sulla croce rossa.
Criticare i commentatori delle gare, in pieno stile “Rush”, sarebbe fin troppo facile come sparare a zero sulle riprese in kart, la cosa che mi stava per far spegnere la tv… con un Senna 15 kg sovrappeso e il DAP sbagliato.

Inaccettabile, però, era vedere Senna e Fullerton amici (ai tempi si detestavano): tra i due c’era rispetto, ma amicizia mai, come inaccettabile è stato vedere i fratelli Pedrazzani della Novamotor ridotti a meccanico di campagna, con tanto di officina popolata di polli, accento siciliano e un mandolino sicuramente appeso da qualche parte sul muro anche se non si vedeva. Basta! Non se ne può più di questi stereotipi da 4 soldi!

Essere più introspettiva è stato ciò che è mancato a questa produzione. Analizzare una personalità talvolta complessa e talvolta contraddittoria come quella di Ayrton era una vetta difficilissima da scalare, ma che non poteva rimanere intentata. 
In tutto questo è mancata l’ossessione, l’egocentrismo, i pregi e i difetti di un uomo che avrebbero meritato di essere raccontato con maggior peso, magari interpellando chi l’ha conosciuto veramente (Achille Parilla?) per quello che era. 
Anche il suo strano rapporto con Dio, che spesso nominava come sua ispirazione per un giro veloce per poi confessare ad un amico “… che potevo dire ai giornalisti, che ho tolto un grado di ala e ho abbassato 3 decimi? No… dico che ho visto la luce di Dio, fa più scena e sono tutti contenti”. 
Questo, con tutti i pregi e difetti, era l’Ayrton uomo e pilota, afflitto dall’ossessione per la vittoria che gli fece pretendere, oltre ogni ragione, di guidare l’automobile che lo avrebbe ucciso.
La cosa che più mi fa stare male è che la verità di Netflix diventerà il Senna che daremo in pasto ai posteri, quelli che non lo hanno conosciuto com’era veramente, con l’interpretazione di un attore decisamente non all’altezza della situazione. 
Una nota personale, ma neanche troppo: la più grande vittoria di Ayrton è stata Donington 1993, di cui la serie non ha fatto cenno. Una gara sotto la pioggia, con una macchina inferiore alla concorrenza… percorrendo un primo giro di fatto entrato nella leggenda delle corse. Le corse vere.
 
Created by: Giuliano Ciucci Giuliani - 01/12/24
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