Il tema della pressione sul giovanissimo talento di casa Mercedes è stato messo da parte troppo in fretta, per tornare drammaticamente attuale alle prime, normalissime, difficoltà del Rookie. C’entrano i social e le analisi sempre più superficiali delle realtà complesse. (ls)
Per un certo verso, si raccoglie ciò che si semina. Se la tendenza da qualche anno è quella di romanzare il racconto della F1 fino a snaturarlo, da Drive to Survive (non a caso osteggiato e spesso criticato dallo stesso Verstappen) ai colossal firmati Hollywood, non c’è da meravigliarsi che anche il racconto giornalistico si adegui, per quanto oggi si possa parlare di “giornalismo”, in effetti. Poche notizie vere, solo rilanci su rilanci dello stesso identico titolo o spezzone di video girato su Instagram, nel 99% dei casi preso dai social senza alcuna analisi aggiunta della realtà dei fatti. I successi della F1 attuale in termini di pubblico sono misurati primariamente attraverso la partecipazione social del nuovo popolo di “tifosi” che negli ultimi anni, complice una propaganda martellante e fracassona, ha iniziato a seguire uno sport fino a qualche decennio fa ‘per pochi’.
Qualcuno potrà ribattere che rispetto alla “vecchia” F1, chiusa e poco accessibile, oggi la Formula 1 è una piattaforma aperta, giovane e iperconnessa, al centro di un ecosistema economico e mediatico in continua crescita e non si può dargli torto: a giovare della nuova ed accresciuta popolarità dovuta all’allargamento della fan base sono stati e sono in molti. Tutta la filiera dell’automobilismo gode di buona salute economica proprio in funzione del sogno che continua a vendersi bene del “posto tra i venti”, tanto che quando quel posto arrivi a conquistartelo (e siamo comunque nel campo dell’uno su centomila come probabilità), l’esposizione diventa tale che non solo il destino sportivo ne può risentire, ma anche tutto il resto, e ricordiamoci che sotto a tutta l’enormità di lustrini e follower ci sono delle persone che stanno cercando di fare un mestiere difficilissimo e pericoloso. Quel “posto” ha un prezzo altissimo fin dai tempi della minikart: la pressione è esagerata, gli impegni agonistici pressochè initerrotti e tutto il comparto al collasso, anche se apparentemente ben pasciuto da paddock pieni, hospitality e tante, tante belle fesserie pubblicate sui social media. La realtà è che abbiamo sacrificato tutto, ogni logica, ogni buon senso, la natura stessa del nostro fantastico sport, il karting e in generale “la bellezza delle corse” per quella benedetta ricerca del fenomeno da sbattere prima possibile in pasto agli interessi economici di un baraccone che alla prima difficoltà è pronto a metterti da parte per lasciare spazio al prossimo ragazzino che non ha ancora la patente dell’auto ma ha la cameretta piena di coppe.
I paralleli tra Antonelli e Verstappen ci sono, e non ne mancheranno a breve forse tra altri piloti e il fortissimo Olandese, ma non dimentichiamoci che la F1 di oggi, lo stesso mondo del karting di oggi è profondamente diverso da quello di anche solo 10 anni fa. Siamo in un contesto che non perdona nulla e che ha una fretta incontrollabile di passare a qualcos’altro non appena il livello di “soddisfazione” del pubblico si abbassa, poco importa se si tratta di un pubblico incompetente, raccattato in giro sui social, messo a far numero per idoleggiare l’ultimo arrivato o massacrarlo solo qualche settimana più tardi con l’ultimo meme diventato virale. Max ha vissuto il suo periodo di adattamento alla F1 in maniera completamente diversa da quella che vediamo oggi, soprattutto a causa dei social e dall’enormità di stimoli senza contesto: ad Antonelli si recrimina il fatto di “non vincere” e nello stesso tempo si eleva a grande campione Lando Norris, vincitore di un GP al suo sesto anno di F1 dopo 110 partecipazioni.
Non scopriamo oggi il problema di una filiera che ha sempre più furbamente abbassato l’età di accesso alle categorie propedeutiche – karting incluso – e non ci stancheremo mai di dire che le soglie di età per l’accesso all’automobilismo sono molto discutibili e molti professionisti del comparto stanno iniziando ad accorgersene. Bene: sappiate che tutto lo sforzo economico, professionale e psicologico di portare un giovanissimo pilota ai vertici dell’automobilismo potrebbe svanire in un attimo, perché la F1 è questa cosa qua, oggi. Se sei Antonelli, con il talento di Antonelli. Figuriamoci senza.
Qualcuno potrà ribattere che rispetto alla “vecchia” F1, chiusa e poco accessibile, oggi la Formula 1 è una piattaforma aperta, giovane e iperconnessa, al centro di un ecosistema economico e mediatico in continua crescita e non si può dargli torto: a giovare della nuova ed accresciuta popolarità dovuta all’allargamento della fan base sono stati e sono in molti. Tutta la filiera dell’automobilismo gode di buona salute economica proprio in funzione del sogno che continua a vendersi bene del “posto tra i venti”, tanto che quando quel posto arrivi a conquistartelo (e siamo comunque nel campo dell’uno su centomila come probabilità), l’esposizione diventa tale che non solo il destino sportivo ne può risentire, ma anche tutto il resto, e ricordiamoci che sotto a tutta l’enormità di lustrini e follower ci sono delle persone che stanno cercando di fare un mestiere difficilissimo e pericoloso. Quel “posto” ha un prezzo altissimo fin dai tempi della minikart: la pressione è esagerata, gli impegni agonistici pressochè initerrotti e tutto il comparto al collasso, anche se apparentemente ben pasciuto da paddock pieni, hospitality e tante, tante belle fesserie pubblicate sui social media. La realtà è che abbiamo sacrificato tutto, ogni logica, ogni buon senso, la natura stessa del nostro fantastico sport, il karting e in generale “la bellezza delle corse” per quella benedetta ricerca del fenomeno da sbattere prima possibile in pasto agli interessi economici di un baraccone che alla prima difficoltà è pronto a metterti da parte per lasciare spazio al prossimo ragazzino che non ha ancora la patente dell’auto ma ha la cameretta piena di coppe.
I paralleli tra Antonelli e Verstappen ci sono, e non ne mancheranno a breve forse tra altri piloti e il fortissimo Olandese, ma non dimentichiamoci che la F1 di oggi, lo stesso mondo del karting di oggi è profondamente diverso da quello di anche solo 10 anni fa. Siamo in un contesto che non perdona nulla e che ha una fretta incontrollabile di passare a qualcos’altro non appena il livello di “soddisfazione” del pubblico si abbassa, poco importa se si tratta di un pubblico incompetente, raccattato in giro sui social, messo a far numero per idoleggiare l’ultimo arrivato o massacrarlo solo qualche settimana più tardi con l’ultimo meme diventato virale. Max ha vissuto il suo periodo di adattamento alla F1 in maniera completamente diversa da quella che vediamo oggi, soprattutto a causa dei social e dall’enormità di stimoli senza contesto: ad Antonelli si recrimina il fatto di “non vincere” e nello stesso tempo si eleva a grande campione Lando Norris, vincitore di un GP al suo sesto anno di F1 dopo 110 partecipazioni.
Non scopriamo oggi il problema di una filiera che ha sempre più furbamente abbassato l’età di accesso alle categorie propedeutiche – karting incluso – e non ci stancheremo mai di dire che le soglie di età per l’accesso all’automobilismo sono molto discutibili e molti professionisti del comparto stanno iniziando ad accorgersene. Bene: sappiate che tutto lo sforzo economico, professionale e psicologico di portare un giovanissimo pilota ai vertici dell’automobilismo potrebbe svanire in un attimo, perché la F1 è questa cosa qua, oggi. Se sei Antonelli, con il talento di Antonelli. Figuriamoci senza.


















