Ci vuole il fisico

Columns: Dal Kart alla F1
Che l’automobilismo sia uno sport che richiede una eccellente condizione atletica ormai è cosa nota, ma quali sono – a seconda della specialità – le parti del corpo più coinvolte, e come la preparazione atletica cambia in funzione dell’età? Lo scopriamo insieme a DAG Management che ci ha presentato un paio di suoi partner, come Formula Medicine e Body Clinic.

Nessuno sport professionistico può prescindere da un’adeguata condizione atletica. Il Motorsport in particolare, dove la guida in pista porta al limite le capacità fisiche e mentali del pilota, richiede una preparazione specifica: al fianco dei piloti, i tecnici di Formula Medicine e Bodyclinic Performance – partner di DAG Management – ci portano in pista, direttamente dentro all’abitacolo dove i piloti mettono a frutto il lavoro fatto in palestra ma non solo.

Partiamo da una classificazione ‘atletica’ di base degli sport a quattro ruote: dal karting, alle monoposto, alle auto a ruote coperte, perché in ognuna è importante una buona condizione fisica?
Nel motorsport la preparazione fisica non è un elemento accessorio, ma una componente determinante della performance. Ogni categoria, dal karting fino alle vetture GT o prototipi, sottopone il pilota a sollecitazioni molto diverse tra loro: accelerazioni laterali, carichi sul collo, stress cardiovascolare, riflessi continui e gestione della fatica mentale. Per questo motivo la preparazione atletica cambia in funzione della disciplina, dell’età del pilota e persino delle caratteristiche del circuito. Nel karting, ad esempio, il lavoro fisico è fondamentale già in giovane età. Pur trattandosi della categoria d’ingresso, il kart richiede grande resistenza a livello di braccia, spalle e addome, perché manca il supporto di sospensioni e servosterzo: ogni vibrazione e ogni forza vengono assorbite direttamente dal corpo del pilota. Inoltre si sviluppano coordinazione, riflessi e capacità cardiovascolari, aspetti essenziali per costruire le basi atletiche future.
 

Il karting è senz'altro tra gli sport motoristici più 'demanding' - considerando che è praticato molto spesso da piloti giovanissimi e nella fase di crescita e sviluppo psicofisico

Passando alle monoposto, il livello di preparazione cresce ulteriormente. Qui il collo diventa una delle aree più sollecitate, soprattutto nelle categorie superiori, dove le forze G in frenata e percorrenza curva possono essere molto elevate. Anche il core e la resistenza cardiovascolare assumono un ruolo centrale, perché il pilota deve mantenere lucidità e precisione per tutta la durata della gara, spesso in abitacoli estremamente caldi e fisicamente impegnativi. Nelle vetture a ruote coperte, come GT o endurance, cambia invece il tipo di sforzo richiesto. Oltre alla forza fisica, conta moltissimo la gestione della fatica nel lungo periodo. Le gare endurance possono durare diverse ore e richiedono continuità di rendimento, recupero rapido tra gli stint e una preparazione molto completa che unisce resistenza, mobilità e concentrazione mentale. In tutte le categorie, quindi, una buona condizione fisica non serve soltanto a “resistere” allo sforzo, ma permette al pilota di essere più preciso, più costante e più sicuro in pista. Oggi il motorsport va considerato a tutti gli effetti uno sport ad alta prestazione atletica, dove il lavoro fuori dall’abitacolo è sempre più determinante quanto quello svolto al volante.
 
Partiamo dal Karting, la prima tappa del percorso: in che modo i piloti molto giovani possono affrontare la fatica di un weekend di gara e delle giornate di allenamento in pista? Che tipo di preparazione è consigliabile svolgere?
Nel karting si costruiscono le fondamenta non solo tecniche, ma anche atletiche del pilota. Anche se parliamo di ragazzi molto giovani, il carico fisico durante un weekend di gara è già importante: sessioni ravvicinate, alte temperature, vibrazioni continue e grande intensità mentale mettono il corpo sotto stress per molte ore consecutive. La preparazione, però, deve sempre essere adeguata all’età. Nei giovani piloti non si lavora tanto sulla forza “pura”, quanto piuttosto su coordinazione, mobilità, resistenza generale e controllo del corpo. L’obiettivo principale è sviluppare una base atletica sana che permetta al ragazzo di affrontare la fatica senza sovraccaricare muscoli e articolazioni ancora in crescita. Nel karting sono particolarmente coinvolti collo, spalle, avambracci e addome, perché il pilota deve contrastare continuamente le forze generate dal mezzo, spesso senza l’aiuto di sospensioni o servosterzo. Per questo sono molto utili esercizi a corpo libero, attività aerobiche come corsa, bici o nuoto, oltre a lavori specifici su riflessi, equilibrio e coordinazione.

Un altro aspetto fondamentale è imparare a gestire il weekend di gara: alimentazione corretta, idratazione, qualità del sonno e recupero diventano già parte integrante della preparazione. Anche la componente mentale è importante, perché i giovani piloti devono abituarsi a mantenere concentrazione e lucidità per tutta la giornata. L’approccio migliore è quello multidisciplinare: creare ragazzi atleticamente completi prima ancora che “specialisti”. È una base che poi permette, crescendo, di affrontare categorie sempre più impegnative con maggiore sicurezza ed efficacia.
 
Quando si hanno meno di 15 anni si lavora in modo personalizzato perché i ragazzi crescono in modo e con ritmi diversi: nella vostra esperienza a cosa è importante prestare attenzione quando si prepara un agonista per il karting Mini e Junior e più in generale durante l’adolescenza?
A questa età  la parola chiave è personalizzazione. Nell’adolescenza ogni ragazzo attraversa fasi di crescita molto diverse: ci sono atleti che sviluppano prima forza e struttura fisica, altri che attraversano periodi di crescita rapida in cui coordinazione ed equilibrio cambiano completamente nel giro di pochi mesi. Per questo non può esistere un approccio standard uguale per tutti. Nel karting Mini e Junior è fondamentale prestare attenzione innanzitutto allo sviluppo motorio generale. Prima ancora della performance pura, bisogna costruire coordinazione, mobilità, postura e controllo del corpo, evitando carichi eccessivi che potrebbero creare squilibri o sovraccarichi in una fase delicata della crescita. Uno degli aspetti più importanti è monitorare la crescita fisica del ragazzo: durante i cosiddetti “growth spurt”, cioè i picchi di crescita adolescenziale, possono cambiare rapidamente leve, postura e capacità di movimento. In questi momenti spesso diminuisce temporaneamente la coordinazione e aumenta il rischio di infiammazioni o piccoli infortuni, quindi l’allenamento deve adattarsi continuamente alle esigenze del pilota. Nel karting, inoltre, bisogna considerare le forti sollecitazioni dovute a vibrazioni, frenate e carichi sul collo e sulla schiena. Per questo è importante lavorare molto sulla stabilizzazione del core, sulla mobilità articolare e sulla prevenzione posturale, senza anticipare lavori di forza troppo intensi o specialistici. Anche la componente mentale merita grande attenzione. A questa età il pilota non sta solo crescendo come atleta, ma anche come persona: imparare a gestire pressione, aspettative, errori e stanchezza è parte integrante del percorso. L’obiettivo deve essere creare ragazzi equilibrati, che vivano lo sport in modo sano e sostenibile nel lungo periodo. Proprio per questo oggi è sempre più importante un lavoro condiviso tra preparatori atletici, fisioterapisti, famiglie e team, così da accompagnare il giovane pilota in una crescita completa, graduale e soprattutto sicura.

Quali aspetti sono salienti secondo voi nella preparazione atletica invece di un pilota di kart adulto professionista e che consiglio dareste ai tanti piloti amatori che – spesso fino ad età parecchio avanzata – si cimentano nel kart, uno sport notoriamente molto severo nei confronti della parte muscolo scheletrica superiore?
Nel karting professionistico adulto la preparazione atletica diventa estremamente specifica, perché il livello delle sollecitazioni fisiche cresce in modo importante. Un pilota professionista deve essere in grado di mantenere intensità, precisione e lucidità per tutta la durata di sessioni molto ravvicinate, contrastando continuamente vibrazioni, carichi laterali e uno sforzo fisico particolarmente elevato per la parte superiore del corpo. Le aree maggiormente coinvolte sono collo, spalle, avambracci, schiena e core. Nel kart, infatti, l’assenza di sospensioni e servosterzo obbliga il pilota ad assorbire direttamente ogni sollecitazione del mezzo. Per questo la preparazione si concentra molto sulla resistenza muscolare specifica, sulla stabilità del tronco e sulla capacità cardiovascolare, senza trascurare mobilità e recupero. Un aspetto spesso sottovalutato è proprio la continuità dello sforzo: nel karting non conta soltanto essere forti, ma riuscire a mantenere precisione e sensibilità di guida anche quando arriva la fatica. È lì che la preparazione atletica fa davvero la differenza.

Per quanto riguarda invece i tanti piloti amatori, il consiglio principale è quello di non sottovalutare l’impegno fisico del karting. Anche a livello non professionistico, il kart resta una disciplina molto severa per cervicale, schiena, spalle e avambracci, soprattutto quando si gira con regolarità o su mezzi performanti. Molti amatori arrivano in pista senza una preparazione adeguata e spesso compensano con posture scorrette o tensioni muscolari che, nel tempo, possono portare a infiammazioni o dolori cronici. Per questo sarebbe importante affiancare all’attività in pista un lavoro costante di mobilità, rinforzo del core, allenamento cardiovascolare e prevenzione posturale. Un altro tema centrale, soprattutto con l’avanzare dell’età, è il recupero. Stretching, qualità del sonno, idratazione e gestione dei carichi diventano fondamentali tanto quanto l’allenamento stesso. L’obiettivo non deve essere solo andare forte, ma riuscire a praticare questo sport in modo continuativo, sicuro e sostenibile nel tempo.

Tornando al lavoro che fa un’agenzia di Management pensando al debutto in monoposto, dove la maggior parte dei piloti debutta intorno ai 15-16 anni: qual è il gap maggiore dal punto di vista fisico rispetto al karting e come si può arrivare ben preparati ai primi test e successivamente alle prime gare?
Il passaggio dal karting alle monoposto rappresenta uno dei cambiamenti più importanti nella carriera di un giovane pilota, non soltanto dal punto di vista tecnico ma anche fisico. A 15-16 anni molti ragazzi si trovano improvvisamente ad affrontare vetture più veloci, con carichi aerodinamici maggiori, frenate molto più intense e una preparazione richiesta decisamente più specifica.
 

Quando dal kart si passa in monoposto la posizione di guida, l' utilizzo del volante e il carico mentale sono completamente diversi


Dal punto di vista atletico, il gap principale rispetto al karting riguarda soprattutto la gestione delle forze G e della resistenza fisica sul lungo periodo. In monoposto aumentano in maniera significativa i carichi su collo, cervicale e tronco, perché il pilota deve mantenere stabilità e precisione anche ad alte velocità e in condizioni molto più impegnative dal punto di vista aerodinamico. Cambia anche il tipo di sforzo: nel kart il lavoro è molto “reattivo” e legato alla durezza fisica del mezzo, mentre in monoposto serve una maggiore efficienza globale del corpo. Diventano fondamentali la resistenza cardiovascolare, la capacità di recupero tra una sessione e l’altra e la gestione della fatica mentale durante weekend molto strutturati e intensi. Per arrivare preparati ai primi test è importante iniziare il lavoro con anticipo, senza aspettare il debutto ufficiale in pista. La preparazione dovrebbe concentrarsi progressivamente su rinforzo cervicale, stabilità del core, resistenza aerobica e mobilità, sempre rispettando l’età e la fase di crescita del pilota. Un altro aspetto fondamentale è l’adattamento al nuovo ambiente: posizione di guida, temperature nell’abitacolo, utilizzo del volante e carico mentale sono completamente diversi rispetto al karting. Anche per questo oggi molte agenzie di management lavorano insieme a preparatori atletici, fisioterapisti e simulatori, così da accompagnare il pilota in una transizione graduale e completa. L’obiettivo non è soltanto arrivare “in forma” al debutto, ma permettere al pilota di concentrarsi fin da subito sulla performance, riducendo il più possibile il tempo necessario per adattarsi fisicamente alla categoria.

Il lavoro al simulatore può essere integrato con strumenti di preparazione fisica e atletica? Come avviene nella pratica?
Assolutamente sì. Oggi il simulatore non è più soltanto uno strumento tecnico, ma rappresenta anche un elemento sempre più integrato nella preparazione fisica e atletica del pilota. Soprattutto nelle categorie propedeutiche e professionistiche, il lavoro al simulatore permette di allenare contemporaneamente aspetti fisici, cognitivi e mentali in un ambiente molto vicino alle reali condizioni di gara. Dal punto di vista pratico, il simulatore viene spesso utilizzato insieme a protocolli specifici per allenare concentrazione, resistenza mentale e gestione della fatica. Ad esempio, si possono svolgere sessioni lunghe o particolarmente intense dopo un lavoro cardiovascolare o muscolare, così da abituare il pilota a mantenere precisione e lucidità anche in condizioni di stanchezza, proprio come accade durante un weekend di gara reale.

Inoltre, molti simulatori professionali riproducono carichi sul volante, vibrazioni e posture molto simili a quelle della vettura reale. Questo consente di lavorare indirettamente anche su collo, spalle, avambracci e core, soprattutto se il pilota mantiene sessioni prolungate o ad alta intensità. Un altro aspetto molto importante è quello cognitivo. Nel motorsport la performance non dipende solo dalla condizione fisica pura, ma anche dalla velocità di elaborazione, dalla capacità decisionale e dalla gestione dello stress. Per questo spesso il lavoro al simulatore viene integrato con esercizi di reattività, coordinazione visuo-motoria e training mentale. Nella pratica, quindi, il simulatore diventa parte di un programma multidisciplinare: preparatore atletico, coach e pilota lavorano insieme per creare sessioni che riproducano il più possibile le richieste fisiche e mentali della pista. È uno strumento molto utile soprattutto per i giovani piloti, perché permette di sviluppare abitudini corrette e adattamenti specifici anche nei periodi in cui non si può essere in pista.

Ritorniamo alla preparazione atletica, nello specifico: Che tipo di lavoro svolge un pilota in palestra? Quali comparti muscolari sono maggiormente implicati nell’automobilismo? E al di fuori della palestra? Quali attività sportive possono essere utili e quali, se ve ne fossero, andrebbero evitate?
La preparazione atletica di un pilota moderno è molto più completa e specifica di quanto spesso si immagini. In palestra non si lavora semplicemente sulla forza generale, ma soprattutto sulla capacità di mantenere controllo, precisione e resistenza durante tutta la durata della gara, prevenendo allo stesso tempo sovraccarichi e infortuni.

I comparti muscolari maggiormente coinvolti nell’automobilismo sono sicuramente collo, spalle, schiena, core e avambracci. Il collo è continuamente sottoposto a forze laterali e longitudinali molto elevate, soprattutto nelle monoposto, mentre il core – quindi addome e muscolatura lombare – è fondamentale per stabilizzare il corpo e permettere al pilota di mantenere sensibilità e precisione di guida anche sotto stress. Per questo in palestra si lavora molto su stabilizzazione, resistenza muscolare e controllo motorio, più che sulla forza massimale pura. Sono frequenti esercizi funzionali, circuiti cardiovascolari, lavoro propriocettivo e programmi specifici per cervicale e tronco. Naturalmente tutto varia in base alla categoria, all’età e alle caratteristiche fisiche del pilota. Al di fuori della palestra, attività come ciclismo, corsa, nuoto o sci di fondo sono particolarmente utili perché aiutano a sviluppare resistenza cardiovascolare, coordinazione e capacità di recupero. Anche discipline come padel, tennis o sport che stimolano riflessi e rapidità possono essere interessanti come complemento.

Più che parlare di sport “da evitare”, è importante valutare il rischio e la compatibilità con la stagione agonistica. Attività ad alto rischio traumatico, soprattutto nei periodi di gara, vanno gestite con attenzione perché un infortunio può compromettere la preparazione o l’attività in pista. Inoltre bisogna evitare lavori troppo sbilanciati o orientati esclusivamente all’ipertrofia, perché nel motorsport conta soprattutto avere un corpo efficiente, mobile e resistente, non semplicemente muscoloso. Oggi infatti la preparazione del pilota è sempre più orientata verso il concetto di atleta completo: una figura capace di unire forza, resistenza, mobilità, lucidità mentale e capacità di recupero all’interno di uno sport estremamente complesso e impegnativo.

Le gare GT spesso sono gare di durata, dove un giovane pilota professionista talvolta divide il volante con piloti Gentleman o comunque più anziani. Come ci si prepara fisicamente per una gara di durata media e in particolare come ci si prepara per una gara di 24 Ore, fisicamente e mentalmente?

Le gare endurance rappresentano una delle sfide più complete nel motorsport, perché richiedono al pilota non solo velocità, ma soprattutto continuità di rendimento, capacità di gestione e grande equilibrio fisico e mentale. In una gara GT di durata il pilota deve essere in grado di mantenere concentrazione, precisione e lucidità anche dopo molte ore, alternando momenti di massima intensità a fasi di recupero rapide e spesso non complete. Dal punto di vista fisico, la preparazione per una gara endurance si basa principalmente su resistenza cardiovascolare, capacità di recupero e resistenza muscolare specifica. Durante uno stint, soprattutto nelle GT moderne, il pilota è sottoposto a temperature elevate, carichi sul collo e stress fisico continuo per periodi prolungati. Per questo il lavoro atletico punta molto su allenamenti aerobici, circuiti ad alta intensità e programmi specifici per cervicale, core e parte superiore del corpo. Ma la vera differenza nelle gare di lunga durata è la gestione energetica. In una 24 Ore non si può affrontare ogni stint come una gara sprint: bisogna imparare a dosare energie fisiche e mentali, mantenere lucidità nel traffico, adattarsi ai cambi di grip, alle condizioni meteo e soprattutto ai ritmi completamente alterati del sonno.
 

Le gare di durata (GT e prototipi), specie quelle oltre le 6 ore, sono una delle espressioni più complete dell’atleta nel motorsport moderno che deve coordinare sforzo fisico e metale gestendo le fasi di riposo


La preparazione mentale diventa quindi centrale quanto quella fisica. Si lavora molto sulla concentrazione prolungata, sulla capacità di “resettare” rapidamente tra uno stint e l’altro e sulla gestione dello stress accumulato durante la notte o nelle fasi più critiche della gara. Anche aspetti come respirazione, qualità del recupero e alimentazione vengono pianificati in modo estremamente preciso. Nelle gare endurance, inoltre, entra in gioco una dimensione molto particolare: il lavoro di squadra. Condividere la vettura con altri piloti, spesso con età ed esperienze diverse, richiede capacità di adattamento, comunicazione e gestione collettiva della gara. Un giovane professionista deve imparare non soltanto a essere veloce, ma anche a inserirsi in un equilibrio di team dove costanza, affidabilità e collaborazione diventano decisive.

Preparare una 24 Ore significa quindi allenarsi non solo per guidare forte, ma per restare performanti per un intero ciclo giorno-notte, mantenendo lucidità e qualità di esecuzione anche quando il fisico e la mente iniziano naturalmente a cedere. È probabilmente una delle espressioni più complete dell’atleta nel motorsport moderno. Infine è giusto capire come un corretto regime alimentare influisce sulle prestazioni: Formula Medicine e Body Clinic curano anche questo aspetto? Qual è la linea guida che un pilota non dovrebbe mai trascurare a vostro parere? L’alimentazione è una componente fondamentale della preparazione di un pilota, tanto quanto l’allenamento fisico o il lavoro tecnico. Oggi il motorsport richiede livelli di concentrazione, resistenza e capacità di recupero estremamente elevati, e tutto questo passa inevitabilmente anche da una corretta gestione nutrizionale. Per questo realtà specializzate come Formula Medicine e Body Clinic seguono il pilota in modo multidisciplinare, integrando preparazione atletica, fisioterapia, recupero e nutrizione all’interno di un unico percorso. L’obiettivo non è semplicemente “mangiare bene”, ma costruire un programma alimentare che sostenga allenamenti, recupero, lucidità mentale e performance in pista.

Nel motorsport l’alimentazione influisce direttamente su energia, concentrazione, tempi di reazione e gestione della fatica. Un pilota che arriva disidratato o con una gestione sbagliata dei pasti può perdere lucidità molto rapidamente, soprattutto in abitacoli dove temperature e stress fisico sono elevati. La linea guida principale, a nostro parere, è evitare approcci estremi. Soprattutto nei giovani piloti è importante costruire abitudini sane e sostenibili, senza ossessionarsi esclusivamente con il peso. Un atleta performante deve essere forte, efficiente e recuperare bene: il focus deve essere sulla qualità della preparazione, non soltanto sulla bilancia. Idratazione, regolarità dei pasti, qualità del sonno e recupero sono aspetti che non andrebbero mai trascurati. Anche nei weekend di gara, spesso molto lunghi e stressanti, mantenere equilibrio nutrizionale e livelli energetici stabili può fare una grande differenza sia nella performance sia nella capacità di restare lucidi fino all’ultima sessione. Oggi infatti il pilota moderno viene sempre più considerato come un atleta ad alta prestazione a 360 gradi, dove ogni dettaglio – dall’allenamento alla nutrizione – contribuisce al risultato finale.
 
 

Created by: fmarangon2 - 12/05/26

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