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Una donna in F1: perché oggi è possibile

La presenza femminile nel Motorsport è in crescita, ma molte carriere sembrano arenarsi nella fase centrale della filiera, prima delle categorie di vertice. Scopriamo come il cambiamento generazionale e la crescente presenza di ragazze nel kart sta però rendendo inevitabile la svolta…
Una donna in F1: perché oggi è possibile
Il fatto che si vedano molte più donne al volante di auto da corsa rispetto e venti o trenta anni fa può trasmettere a chi guarda a questo mondo due messaggi di carattere opposto: propaganda o reale cambiamento? Che il Motorsport sia uno sport a base maschile non è né un male né una novità, è un semplice dato di fatto basato sulla sua storia e sui numeri che questa ha generato, figli di una società strutturata in un certo modo, nella quale fino ad un certo punto le ragazze – tranne rare eccezioni – venivano orientate dalle famiglie su sport considerati più adatti al genere. Si è poi arrivati alla fase nella quale si considerava ‘giusto’ che anche nell’automobilismo ci fossero delle “quote femminili”, favorendo una sorta di accesso controllato delle donne, basato però più sull’immagine che sulla sostanza. L’evoluzione dello sport e l’allargamento della sua base, soprattutto grazie al karting, ci ha portato nella fase attuale, dove semplicemente ci sono dei piloti, donne all’anagrafe, che vanno forte e che meritano un’opportunità di crescita al pari di chi all’anagrafe è nato maschio.

Parlando di numeri, quanto avete visto crescere la presenza femminile nella nostra disciplina voi di DAG da quando siete in questo settore?
Dal nostro punto di vista, la crescita è evidente, soprattutto se non guardiamo soltanto ai numeri assoluti ma alla qualità e alla continuità della presenza femminile. Quando abbiamo iniziato a lavorare in modo strutturato nel karting e nel motorsport, incontrare una ragazza in determinate categorie era ancora un fatto relativamente raro; oggi, soprattutto nelle fasce più giovani, non è più qualcosa che sorprende. Questo è probabilmente il segnale più importante. Più famiglie considerano il motorsport una possibilità reale anche per una figlia, più ragazze iniziano presto e, soprattutto, più ragazze rimangono nel percorso abbastanza a lungo da costruire competenze e risultati.

Per noi di DAG Management questo non è soltanto un fenomeno che osserviamo dall'esterno: è qualcosa in cui crediamo profondamente e nel quale abbiamo scelto di investire concretamente. Oggi seguiamo cinque pilote, una presenza femminile molto importante all'interno del nostro portfolio, e questo ci permette di vivere quotidianamente l'evoluzione del motorsport femminile dalla pista, dai team e dalla costruzione delle loro carriere. Sono cinque ragazze molto diverse tra loro e proprio per questo rappresentano bene quanto sia sbagliato parlare di un unico 'modello' di pilota donna: Vanesa Silkunaite ci colpisce per la determinazione e per la capacità di confrontarsi con contesti internazionali estremamente competitivi; Milla Sjöstrand sta costruendo con grande serietà e maturità il proprio percorso nelle monoposto; Julia Angelard unisce velocità, sensibilità e una forte volontà di crescere gara dopo gara; Mia Zanki ha già dimostrato attraverso i risultati di saper essere competitiva e vincente; Nefeli Kosmopoulou affronta il proprio percorso con determinazione, impegno e una grande voglia di progredire in un ambiente di altissimo livello.

Sono cinque personalità, cinque storie e cinque percorsi differenti. Per noi questo è fondamentale: non vogliamo gestire o promuovere 'cinque ragazze', ma cinque atlete, ciascuna con le proprie qualità, necessità e potenzialità, esattamente come facciamo con i nostri piloti maschi. Il fatto che DAG abbia oggi una componente femminile così significativa non nasce da una strategia di immagine, ma dalla convinzione che questo talento esista e meriti di essere sviluppato con la stessa professionalità, lo stesso tempo e le stesse aspettative che riserviamo a qualsiasi altro giovane pilota. Detto questo, come agenzia cerchiamo di essere prudenti nel parlare di una trasformazione già completata. La presenza femminile è cresciuta, ma esiste ancora una differenza importante tra l'ingresso nel karting e la capacità di proseguire fino alle categorie automobilistiche professionistiche. È proprio nella parte centrale della carriera che spesso il percorso diventa più difficile, per ragioni economiche, sportive, di opportunità e di struttura. Per noi il vero indicatore del cambiamento non sarà semplicemente avere più ragazze al via, ma vedere un numero crescente di loro arrivare alle categorie superiori grazie a programmi costruiti sulla prestazione, sulla continuità e su una corretta pianificazione della carriera.

Come si lavora con un pilota donna: in che modo – se è diverso – cambia l’approccio e sotto quali aspetti invece rimane lo stesso dei piloti maschi?
La nostra impostazione di base non cambia: prima di tutto gestiamo un pilota, non un genere. Gli elementi fondamentali sono gli stessi per tutti: talento, capacità di apprendimento, disciplina, preparazione, qualità del lavoro con il team, gestione della pressione, comunicazione, budget e costruzione di un percorso sportivo realistico. Sarebbe un errore, a nostro avviso, abbassare o modificare gli standard perché si tratta di una ragazza. Una pilota deve avere la possibilità di essere valutata per ciò che fa in pista esattamente come un collega maschio. Ci sono però aspetti individuali che un management serio deve considerare. Questo vale per ogni atleta, ma in alcuni casi una giovane pilota può trovarsi a gestire anche una maggiore esposizione mediatica, aspettative esterne particolari o la sensazione di dover continuamente dimostrare di meritare il proprio posto. Il nostro compito è proteggerla da queste pressioni senza costruirle attorno una bolla. Lavoriamo quindi molto sulla fiducia, sulla comunicazione con famiglia e team, sulla preparazione mentale e sulla capacità di separare il valore sportivo dalla narrazione che può nascere intorno al fatto di essere una ragazza. Anche sul piano fisico il lavoro deve essere individualizzato, come dovrebbe esserlo per qualsiasi pilota. L’obiettivo non è creare un trattamento diverso, ma mettere ogni atleta nelle condizioni migliori per esprimere il proprio potenziale.
 


Il karting sembra attualmente l’ambito dove la differenza di genere pesa meno, soprattutto nelle categorie dei più giovani. Come pensate che il karting abbia avuto e abbia un ruolo fondamentale nel cambio di mentalità dell’intero ambiente?
Il karting ha un ruolo enorme perché è il luogo nel quale i bambini imparano molto presto una cosa semplice: quando si abbassa la visiera, il cronometro non distingue tra ragazzo e ragazza. Nelle categorie giovanili i piloti crescono insieme, condividono pista, briefing, preparazione, vittorie e sconfitte. Questo rende la normalizzazione molto più naturale rispetto a qualsiasi campagna di comunicazione. Dal punto di vista di un’agenzia, il karting è anche il punto in cui possiamo osservare lo sviluppo senza sovrastrutture: come un giovane pilota interpreta il mezzo, come reagisce alle difficoltà, quanto velocemente apprende, come lavora con il tecnico e quanto è consistente. Se una ragazza cresce fin dai primi anni gareggiando quotidianamente contro i ragazzi, anche l’ambiente intorno a lei si abitua a valutarla sulla prestazione. Crediamo che il cambiamento generazionale nasca soprattutto da qui. I bambini che oggi considerano assolutamente normale avere una compagna di squadra o un’avversaria veloce saranno domani tecnici, team manager, professionisti e genitori. Il karting, quindi, non sta soltanto formando le future pilote: sta formando un ambiente nel quale la presenza femminile sarà sempre meno percepita come eccezione.

Veniamo ad una domanda chiave: c’è un reale problema di “mentalità” di fronte ad un pilota donna o ritenete che questa fase sia superata, perlomeno nel karting? Ci sono ancora pregiudizi di genere o ce li siamo messi alle spalle? Nell’automobilismo invece?
Dire che il problema sia completamente superato sarebbe probabilmente troppo ottimistico, ma dire che nulla sia cambiato sarebbe altrettanto ingiusto. Nel karting, soprattutto tra i più giovani, vediamo una mentalità molto più aperta. Quando una ragazza è competitiva, nella maggior parte dei casi viene rapidamente riconosciuta come tale. La pista ha una capacità molto concreta di ridurre i pregiudizi: i risultati sono visibili e difficili da discutere. Ciò non significa che non esistano ancora stereotipi, commenti o aspettative differenti. A volte una ragazza viene celebrata troppo velocemente soltanto perché è una ragazza; altre volte, al contrario, deve produrre più risultati prima che le venga riconosciuto lo stesso valore. Entrambi gli estremi possono essere dannosi. Come management cerchiamo di evitare sia la discriminazione sia la sovraesposizione artificiale.

Nel passaggio alle auto la situazione diventa più complessa perché entrano in gioco investimenti molto più elevati, sponsor, costruttori, programmi junior e una pressione mediatica maggiore. Qui la componente femminile può rappresentare anche un valore commerciale, ed è positivo che possa creare opportunità, purché l’opportunità diventi poi un vero progetto sportivo. La sfida è arrivare a un sistema nel quale una ragazza possa beneficiare dell’interesse che esiste verso il motorsport femminile senza essere definita esclusivamente da quello.

Da donna che opera professionalmente in questo ambiente, vivo questo cambiamento anche da una prospettiva diversa. Oggi mi trovo ad essere, per quanto mi risulta, l’unica donna a guidare direttamente un’agenzia di management di piloti con una presenza continuativa nel Motorsport internazionale. È un aspetto che normalmente non sottolineo, perché preferisco che il nostro lavoro venga giudicato per la qualità dei progetti e per ciò che riusciamo a costruire insieme ai nostri piloti. Allo stesso tempo, questa esperienza mi permette di comprendere molto bene alcune dinamiche che possono incontrare anche le giovani pilote. Essere una donna in un ambiente storicamente e ancora prevalentemente maschile significa talvolta dover conquistare credibilità prima ancora che il proprio lavoro venga conosciuto. Ma negli anni ho visto anche un’evoluzione importante: professionalità, competenza e risultati riescono progressivamente a superare molte barriere. Proprio per questo, in DAG siamo particolarmente sensibili al tema. Non vogliamo creare percorsi ‘protetti’ per le ragazze né presentarle come un’eccezione: vogliamo contribuire a creare le condizioni affinché possano costruirsi credibilità, rispetto e opportunità attraverso il loro valore sportivo, esattamente come qualsiasi altro pilota.
 


Quando si parla di donne nel karting, è più famosa Sophie Kumpen, una kartista di oltre trent’anni fa, solo perché mamma di Max, rispetto a molte ragazze che oggi, nel 2026 si stanno distinguendo in pista talvolta vincendo gare ad alto livello: perché?
Sophie Kumpen rappresenta un esempio interessante proprio perché dimostra che le donne competitive nel karting non sono nate oggi. La differenza è che trent’anni fa mancavano la continuità mediatica, i social media, i programmi strutturati e soprattutto una narrazione capace di accompagnare una pilota lungo tutta la carriera. Il fatto che oggi il grande pubblico la conosca soprattutto attraverso Max Verstappen dice molto anche su come la storia del motorsport sia stata raccontata.

Oggi esistono ragazze che ottengono risultati importanti, ma trasformare un risultato sportivo in notorietà richiede tempo, continuità e visibilità. Inoltre dobbiamo fare attenzione a non creare una situazione nella quale ogni risultato di una ragazza venga presentato come eccezionale soltanto per il genere. Dal nostro punto di vista, la comunicazione deve aiutare queste giovani atlete a diventare riconoscibili per il loro percorso, la loro personalità e soprattutto le loro prestazioni. Se riusciremo a costruire questa continuità, tra alcuni anni non ricorderemo soltanto “la ragazza che ha vinto una gara”, ma nomi e carriere precise. Ed è esattamente questo il passaggio culturale che serve.

Lavorando con molte ragazze in questi anni, dove avete visto i loro punti di forza e quali sono gli aspetti dove si può migliorare?
È sempre difficile generalizzare, perché le differenze tra due piloti dello stesso genere possono essere molto più grandi delle differenze medie tra ragazzi e ragazze. Nella nostra esperienza abbiamo però incontrato spesso giovani pilote estremamente attente, ricettive nel lavoro tecnico, disciplinate e capaci di analizzare con precisione ciò che accade in pista. In diversi casi abbiamo visto anche una grande determinazione: probabilmente perché chi sceglie ancora oggi un percorso nel motorsport sapendo di essere parte di una minoranza arriva spesso con una motivazione molto forte. Lavorare oggi con cinque pilote contemporaneamente ci offre inoltre un punto di osservazione particolarmente concreto: vediamo ogni giorno cinque personalità diverse, cinque modi differenti di apprendere, reagire alla pressione e costruire fiducia. È proprio questa esperienza che ci rende ancora più convinti che il modo corretto di sviluppare il talento femminile sia evitare etichette e lavorare sulla singola atleta. Gli aspetti da migliorare sono invece individuali. In alcune giovani atlete lavoriamo sulla fiducia e sull’aggressività sportiva, intesa nel senso positivo del termine: capacità di prendere spazio, difendere una posizione, assumersi il rischio corretto e non sentirsi obbligate a essere sempre perfette. In altre il lavoro è completamente diverso. Come agenzia cerchiamo proprio di non trasformare osservazioni individuali in caratteristiche “femminili”. La cosa più importante è costruire attorno alla pilota un ambiente nel quale possa sbagliare, imparare e crescere con la stessa libertà concessa a qualsiasi giovane talento.

Pensando alle categorie professionistiche, quale pensate che sia ad oggi lo scoglio più grosso da superare quando si passa alle auto: tecnico, fisico o sportivo?
Non crediamo esista un unico ostacolo. Il passaggio alle auto è difficile per tutti, perché cambiano velocità, massa, aerodinamica, gestione degli pneumatici, comunicazione tecnica e complessità del weekend. Dal punto di vista fisico, una preparazione specifica permette oggi di affrontare molto bene le esigenze delle monoposto; quindi non consideriamo il fattore fisico, di per sé, una barriera insuperabile. Lo scoglio maggiore è probabilmente la combinazione tra opportunità sportiva ed economia. Per svilupparsi davvero, un giovane pilota ha bisogno di chilometri, test, continuità con un team competitivo e tempo per adattarsi. Tutto questo richiede investimenti importanti. Per una ragazza si aggiunge spesso la necessità di scegliere molto bene il percorso: programmi dedicati, campionati misti, opportunità offerte da costruttori o academy devono essere integrati in una strategia unica e non diventare esperienze isolate.

Il ruolo del management è proprio questo: evitare di inseguire soltanto l’opportunità più visibile del momento e costruire invece una carriera. Una buona occasione è utile se prepara il passo successivo. Il nostro obiettivo è che una pilota non arrivi semplicemente “nelle auto”, ma che vi arrivi con gli strumenti tecnici, fisici, economici e professionali per rimanerci e progredire.

C’è una categoria dedicata alle ragazze che fa da contorno allo spettacolo della F1 ed è naturale che tutte le giovani desiderino approdarvi: cosa serve secondo voi perché quello diventi un reale palcoscenico e non un semplice contorno?
Una categoria come F1 Academy ha già avuto un merito importante: ha creato visibilità, interesse e un obiettivo concreto per moltissime ragazze. Dal nostro punto di vista sarebbe sbagliato sottovalutare questo effetto. Il collegamento con la Formula 1, con i team e con i grandi brand offre alle pilote una piattaforma che fino a pochi anni fa semplicemente non esisteva. Affinché sia sempre di più un reale palcoscenico di sviluppo, però, il criterio fondamentale deve essere ciò che accade dopo. Una categoria di questo tipo diventa strategica quando produce passaggi concreti verso livelli successivi e quando le pilote che vi partecipano continuano a essere valutate, sostenute e sviluppate anche una volta terminato il programma. Servono quindi test, chilometraggio, accesso alle strutture dei team, preparazione fisica e mentale, simulatori, opportunità nei campionati misti e soprattutto una prospettiva pluriennale.

Come agenzia vediamo F1 Academy non come un punto di arrivo, ma come una possibile tappa all’interno di una carriera più lunga. La sua forza sarà tanto maggiore quanto più riuscirà a creare un ponte credibile verso le categorie superiori. La visibilità è fondamentale, ma deve essere accompagnata da sviluppo tecnico e opportunità sportive reali. Le due cose non sono in contraddizione: anzi, quando lavorano insieme possono accelerare enormemente il cambiamento.

Quanto potrebbe “trainare” e promuovere il motorsport tra le ragazze vedere una donna finalmente non solo al volante, ma vincente in F1?
Avrebbe un impatto enorme, probabilmente superiore a qualsiasi campagna promozionale. Nello sport la rappresentazione conta soprattutto quando è associata alla prestazione. Vedere una donna non semplicemente partecipare, ma competere stabilmente ai massimi livelli e vincere, renderebbe immediatamente più concreta l’idea del motorsport come possibilità anche per milioni di bambine. Ma l’effetto più importante, secondo noi, sarebbe ciò che accadrebbe prima ancora della Formula 1: più famiglie porterebbero le figlie in kartodromo, più sponsor prenderebbero in considerazione progetti femminili a lungo termine, più team investirebbero nello scouting e aumenterebbe la base dalla quale selezionare il talento. Una vincitrice in F1 sarebbe quindi contemporaneamente un simbolo e il risultato finale di un sistema che ha imparato a creare opportunità.

Come management ci piacerebbe però che quel giorno non venisse raccontato come la vittoria di una donna “nonostante” fosse donna. Sarebbe la vittoria di una pilota che ha raggiunto il massimo livello attraverso talento, lavoro, opportunità e una struttura professionale adeguata. Quello sarebbe forse il segnale più forte di normalizzazione.

Quanto pensate manchi a questo momento?
È impossibile dare una data seria, e crediamo sarebbe poco corretto creare aspettative artificiali. La Formula 1 è il vertice di una selezione estremamente dura anche per migliaia di ragazzi che iniziano nel karting, e il percorso richiede talento eccezionale, risultati, risorse, timing e opportunità. Quello che possiamo dire è che oggi la base è molto più ampia rispetto a dieci o vent’anni fa e, soprattutto, esiste una struttura che prima non c’era: più ragazze nel karting, programmi dedicati, attenzione dei costruttori, F1 Academy, maggiore interesse degli sponsor e una cultura che lentamente sta cambiando. Questo aumenta statisticamente e concretamente la possibilità che emerga una pilota capace di arrivare molto in alto. Dal nostro punto di vista, però, la domanda più utile non è soltanto “quanto manca?”, ma “cosa dobbiamo fare oggi perché possa accadere?”. Dobbiamo individuare il talento presto, permettergli di competere nelle condizioni corrette, garantire continuità economica e tecnica e non accelerare artificialmente una carriera per esigenze mediatiche. Se il sistema farà bene questo lavoro, il momento arriverà in modo naturale. E quando arriverà, sarà importante che dietro quella singola pilota ci sia già una generazione di ragazze pronta a seguirla. Per noi, quello sarà il vero successo.

Vedo questa evoluzione anche nel mio stesso ruolo: oggi una donna può guidare un’agenzia di management e lavorare quotidianamente, con piena responsabilità, in un paddock ancora prevalentemente maschile. Il passo successivo è che diventi altrettanto normale vedere una donna arrivare ai vertici come pilota. Quando non avremo più bisogno di sottolineare che si tratta di una donna, ma parleremo semplicemente del suo talento, dei suoi risultati e della sua carriera, avremo probabilmente raggiunto il cambiamento più importante.
 

 
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