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Ripartire: trasformare una crisi in opportunità

Un percorso sportivo e professionale potrebbe subire delle battute d’arresto. Risultati altalenanti, uno sponsor che si tira indietro o scarso feeling coi partner tecnici: approfondiamo la gestione della crisi e scopriamo in quali modi si può utilizzare un ‘momento no’ per riorganizzarsi ed uscirne più forti.
In una strada che mescola risultati sportivi ad obbiettivi professionali le difficoltà non sono un’eccezione anzi, sono spesso il ‘pane quotidiano’ di chi fa Management. Per un pilota, che deve pensare anche e soprattutto al proprio lavoro in pista, gestire un momento di crisi può presentare una sfida senza precedenti: in questi momenti è fondamentale non perdere la bussola e mantenere le priorità nel giusto ordine, senza farsi scoraggiare da una delusione che potrebbe essere, letta nella giusta prospettiva, la base per una svolta decisiva.

Quanto spesso capita, nel vostro lavoro, di vedere un pilota in crisi?
Dal nostro punto di vista capita con una certa regolarità, perché il motorsport è uno sport estremamente selettivo e complesso, nel quale la crescita raramente segue una linea perfettamente continua. Preferiamo però parlare di “momenti di difficoltà” o di passaggi di crescita più che di vere e proprie crisi. Un pilota di talento può attraversare una fase in cui i risultati non rispecchiano il suo potenziale, ma questo non significa che il percorso sia sbagliato o che il talento sia venuto meno.

Il ruolo di DAG Management è proprio quello di osservare il quadro completo: risultati, progressione tecnica, qualità del lavoro con il team, maturità, gestione della pressione e obiettivi a medio-lungo termine. A volte ciò che dall’esterno appare come una crisi è semplicemente una fase necessaria di adattamento. Il nostro compito è evitare reazioni impulsive, analizzare con lucidità ciò che sta accadendo e trasformare quel momento in un passaggio utile alla crescita del pilota. Un aspetto fondamentale del nostro lavoro come management è però anche quello di cercare di anticipare alcune difficoltà prima che diventino vere e proprie crisi. Per ogni pilota costruiamo un percorso il più possibile individuale, perché talento, età, esperienza, maturità, obiettivi e disponibilità economiche sono differenti. Non esiste un programma corretto per tutti.

Ci sono difficoltà che fanno parte della crescita e che non devono essere eliminate: imparare a perdere, confrontarsi con avversari più forti, adattarsi a una nuova categoria o attraversare un periodo nel quale i risultati tardano ad arrivare sono esperienze che possono rendere un pilota più completo. Esistono però anche situazioni che, grazie all’esperienza e a una visione più ampia del motorsport, un management può cercare di prevenire: una scelta di team o campionato non adeguata, un passaggio di categoria fatto troppo presto o troppo tardi, un investimento importante effettuato nel momento sbagliato o un programma che comporta costi elevati senza offrire una reale progressione sportiva. Dopo tanti anni nel motorsport abbiamo il vantaggio di poter osservare non soltanto il momento presente, ma il quadro completo e ciò che una determinata decisione potrebbe significare uno, due o tre anni più avanti. Naturalmente non è possibile prevedere tutto, ma una delle responsabilità più importanti di DAG Management è proprio questa: lasciare al pilota le difficoltà che servono per crescere e cercare, attraverso esperienza, pianificazione e conoscenza del sistema, di evitargli quelle che non aggiungono valore al suo percorso.

Quali sono, oltre ai risultati sportivi (forse la causa che emerge maggiormente quando si parla di scoraggiamento), i motivi per cui un pilota può entrare in crisi?
I risultati sono naturalmente la parte più visibile, ma raramente rappresentano l’unico elemento. Nel motorsport entrano in gioco moltissime variabili: il passaggio a una categoria più competitiva, l’adattamento a un nuovo team o a un nuovo mezzo, il confronto con piloti più esperti, le aspettative personali, la pressione dell’ambiente, gli impegni scolastici o professionali e, naturalmente, la sostenibilità economica del programma.

Per i giovani piloti è inoltre importante imparare che prestazione e risultato non sono sempre la stessa cosa. Si può disputare un ottimo weekend senza raccogliere il risultato atteso, così come un risultato positivo può talvolta nascondere aspetti sui quali è necessario continuare a lavorare. Come management cerchiamo quindi di riportare sempre l’attenzione sul processo: cosa abbiamo imparato, dove siamo cresciuti, quali dati abbiamo raccolto e quale sarà il prossimo passo. Questa prospettiva aiuta il pilota a non identificare il proprio valore esclusivamente con la posizione finale.
 

Nella vostra esperienza, qual è in generale l’aspetto che rischia di abbattere maggiormente l’entusiasmo di un pilota e come queste veriano seconda dell’età? (esempio: un bambino/giovane può abbattersi perché non vince; un pilota puù adulto perché la sua carriera non procede come si aspettava etc..)
 
L’età cambia molto il modo in cui viene percepita una difficoltà. Un bambino o un giovane kartista può vivere con grande intensità il fatto di non vincere o di vedere un coetaneo ottenere risultati migliori. In quella fase è fondamentale che adulti, famiglia, team e management trasmettano il messaggio corretto: il risultato conta, ma la priorità è costruire competenze, metodo, fiducia e capacità di apprendimento. Crescendo, le preoccupazioni diventano più articolate. Un pilota che si avvicina al professionismo comincia a confrontarsi con tempi, budget, opportunità, scelte di categoria e prospettive di carriera. Può nascere la sensazione di dover raggiungere determinati traguardi “entro una certa età”. Qui il management diventa particolarmente importante, perché deve costruire una visione realistica ma ambiziosa, evitando confronti inutili con percorsi altrui. Ogni carriera ha tempi, opportunità e dinamiche differenti.

Ciò che rischia maggiormente di abbattere l’entusiasmo, a qualsiasi età, è probabilmente la sensazione di non vedere una direzione. Quando invece il pilota comprende perché sta facendo un determinato percorso, quali sono gli obiettivi e quali passi sono necessari per raggiungerli, anche una fase difficile diventa molto più gestibile.

C’è un aspetto che talvolta è fuori controllo del pilota: uno sponsor che aveva dato delle garanzie ad inizio stagione si tira indietro o cambia i propri piani. Che cosa avete visto in questi anni e come secondo voi di DAG queste situazioni possono essere vissute senza farsi prendere dal panico?

È una situazione che può verificarsi e che va affrontata con grande professionalità. Gli sponsor sono partner fondamentali del motorsport, ma le aziende possono modificare strategie, budget e priorità per ragioni che non dipendono né dal pilota né dal progetto sportivo. La prima regola è quindi non trasformare immediatamente una decisione commerciale in una valutazione personale. Dal punto di vista del management è importante lavorare preventivamente: costruire budget realistici, definire con chiarezza gli impegni, diversificare quando possibile le partnership e mantenere una comunicazione professionale e continuativa con gli sponsor. Se una situazione cambia, bisogna innanzitutto comprenderne le ragioni e verificare quali alternative esistono: rimodulare il programma, cercare nuove partnership, ridefinire alcune attività o costruire una soluzione transitoria.

Il panico porta quasi sempre a decisioni affrettate. Un management deve invece proteggere il pilota da questa pressione e mantenere la visione strategica. Anche una difficoltà di budget può diventare l’occasione per rendere il progetto più strutturato, migliorare la comunicazione del pilota e creare partnership ancora più coerenti e durature.
In che misura le “difficoltà” al di fuori della pista possono influire sulla prestazione del pilota e come secondo Voi il pilota può riuscire, perlomeno nel weekend di gara, a “chiudersi nella sua bolla” e dare il massimo senza pensare ai problemi? Possono influire molto, soprattutto perché la prestazione nel motorsport richiede una concentrazione estremamente elevata. Un pilota che arriva in pista pensando a problemi economici, contrattuali, organizzativi o personali rischia inevitabilmente di utilizzare energie mentali che dovrebbe dedicare alla guida. È proprio qui che vediamo uno dei valori principali di una struttura di management. Il pilota non dovrebbe essere coinvolto in ogni telefonata, negoziazione o problematica che nasce durante un weekend. Deve essere informato di ciò che è realmente necessario, ma deve anche essere protetto dal rumore che non contribuisce alla sua prestazione. Management, famiglia, coach e team devono lavorare nella stessa direzione, creando attorno a lui un ambiente stabile.

La “bolla” non significa ignorare i problemi: significa stabilire tempi e ruoli. Durante il weekend il pilota deve concentrarsi su briefing, dati, preparazione fisica e mentale, guida e rapporto con gli ingegneri. Le altre questioni possono essere gestite dalle persone incaricate e affrontate nel momento appropriato. Imparare questa separazione è una competenza professionale che diventa sempre più importante salendo di categoria.
 

Vi è capitato di assistere a situazioni di scarso feeling tecnico e che questo influisse sui risultati di un pilota? Quando vale la pena secondo voi di affrontare la situazione con il team-squadra corse e dopo quale soglia pensate che sia meglio per entrambi a volte interrompere la collaborazione? 
Sì, può accadere, ed è uno degli aspetti nei quali serve maggiore equilibrio. Il rapporto tecnico tra pilota e team è fondamentale, ma non crediamo che cambiare squadra alla prima difficoltà sia automaticamente la soluzione. Ogni collaborazione richiede tempo per costruire fiducia, linguaggio comune e comprensione reciproca. Soprattutto per un giovane pilota, imparare a comunicare correttamente ciò che sente in macchina o nel kart fa parte della crescita.

Quando emergono difficoltà, la prima strada deve essere il confronto professionale. Bisogna analizzare dati, feedback, metodo di lavoro e aspettative, coinvolgendo le figure tecniche appropriate. Il management può avere un ruolo importante perché riesce a osservare la situazione con maggiore distanza e a facilitare una comunicazione costruttiva tra pilota, famiglia e squadra. Valuterei un cambiamento soltanto quando, dopo un periodo adeguato di lavoro e diversi tentativi concreti di miglioramento, diventa evidente che non esistono più le condizioni per progredire insieme. Non deve essere una decisione emotiva né una ricerca di responsabilità. Talvolta due ottime realtà semplicemente non riescono a esprimere il massimo insieme. In quel caso separarsi in modo corretto e professionale può essere positivo per entrambe le parti. Ma prima di arrivarci bisogna essere certi di avere utilizzato tutte le opportunità offerte dalla collaborazione.

In che modo riuscire a gestire queste pressioni e superare i momenti di crisi può avere un valore formativo sul giovane pilota e quando invece può diventare un handicap? Cosa bisogna evitare di fare secondo voi per non rischiare, a fronte di difficoltà temporanee, di vanificare un intero percorso sportivo e professionale?
Se gestite correttamente, le difficoltà hanno un enorme valore formativo. Il motorsport insegna molto presto che non tutto è controllabile: una gara può cambiare per un contatto, una scelta tecnica, il meteo o una circostanza esterna. Imparare a reagire, analizzare e ripartire costruisce una resilienza che sarà preziosa per tutta la carriera.

La difficoltà diventa invece un handicap quando viene vissuta continuamente come una colpa, quando il giovane pilota percepisce che il suo valore dipende esclusivamente dal risultato o quando attorno a lui si crea un clima di pressione permanente. Per questo è fondamentale che famiglia, team e management mantengano ruoli chiari e una comunicazione coerente.

Bisogna soprattutto evitare decisioni impulsive: cambiare continuamente team, categoria, coach o programma alla ricerca di una soluzione immediata può impedire di costruire continuità. Allo stesso tempo non bisogna ignorare segnali reali. La chiave è distinguere una normale fase di crescita da una situazione che richiede un cambiamento strutturale. Questa capacità di lettura è, a nostro avviso, una delle responsabilità più importanti del management.
Tirando le somme, è possibile secondo voi trasformare una crisi in opportunità nel proprio percorso verso il professionismo? Quale attitudine è necessaria e come il circondarsi delle persone giuste può essere la chiave per venirne fuori?

Assolutamente sì. Una crisi può diventare un’opportunità quando viene analizzata invece di essere semplicemente subita. Spesso i momenti più difficili costringono a fare domande che nei periodi positivi non ci si pone: il programma è quello giusto? Il pilota sta lavorando sulle aree corrette? Gli obiettivi sono realistici? Il team e l’ambiente stanno favorendo la sua crescita? La preparazione fisica, mentale e comunicativa è adeguata al livello che vogliamo raggiungere?

L’attitudine necessaria è quella di un professionista: disponibilità ad ascoltare, capacità di autocritica senza perdere fiducia, pazienza, disciplina e volontà di continuare a lavorare. Ma nessun giovane pilota dovrebbe essere lasciato solo nel gestire tutto questo. Circondarsi delle persone giuste significa creare un gruppo nel quale competenze diverse lavorano verso lo stesso obiettivo: famiglia, management, team, coach, preparatori e partner. Per DAG Management il valore di un’agenzia non si misura soltanto quando arrivano i risultati. Probabilmente si vede ancora di più quando qualcosa non funziona come previsto: è lì che bisogna mantenere lucidità, proteggere il talento, individuare le soluzioni e continuare a costruire.

Nel motorsport non esiste un percorso completamente privo di difficoltà. La differenza la fa il modo in cui vengono affrontate. Se il talento è accompagnato da metodo, pazienza e dalle persone giuste, anche un momento complesso può diventare uno dei passaggi più importanti verso il professionismo. Per questo crediamo che il management debba avere anche una funzione preventiva. Non siamo al fianco di un pilota soltanto per risolvere i problemi quando arrivano, ma per costruire un percorso nel quale alcuni problemi possano essere anticipati e, quando possibile, evitati. L’esperienza permette di riconoscere situazioni già viste, valutare meglio tempi e opportunità e proteggere il pilota da scelte che potrebbero costargli non soltanto denaro, ma qualcosa di ancora più prezioso in una carriera sportiva: il tempo.

Non possiamo e non vogliamo eliminare tutte le difficoltà, perché alcune sono necessarie per diventare piloti e professionisti migliori. Vogliamo però fare in modo che ogni difficoltà abbia, per quanto possibile, un senso all’interno del percorso che stiamo costruendo. Questa, per noi, è una delle differenze tra accompagnare semplicemente una carriera e gestirla con una vera visione a lungo termine.
 

 
Created by: Fabio Marangon - 20/08/26
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